Cerca nel blog

mercoledì 15 febbraio 2012

Mentre a New York si dorme, a Bruxelles si sbaracca.

Bruxelles, 15 febbraio 2012. Dopo 14 anni di onorato servizio come sede delle relazioni esterne, l'edificio Charlemagne in rue de la Loi cambia funzione, e sciami di funzionari riallocati trascinano le loro masserizie verso est. Ai protagonisti di questa epopea, un pensiero solidale. All'Imbucato, che dello Charlemagne è coetaneo, sia consentito un ricordo degli anni passati a costruire l'Europa dall'interno dei suoi spazi vetrati, dal 17 marzo 2000 al 31 ottobre 2011. (PS, Il limitato successo a tutt'oggi di quell'impresa non è in alcun modo imputabile al nostro vecchio, affidabile, amato Charlemagne).





domenica 12 febbraio 2012

In memory of Whitney, 1963/2012


La notizia della scomparsa tragica e prematura di Whitney Houston ci ha colto a Washington. Al riparo dalla nevicata, si discettava amabilmente in una di quelle casette immerse nella periferia della città. Una periferia in cui si affollano diplomatici, giornalisti e funzionari internazionali per addolcire alle loro famigliole le pene dell’espatrio, all’ombra dei grandi alberi e delle buone scuole.  Gli argomenti erano Afghanistan, e Pakistan, e Benazir Bhutto, e i limiti della politica americana nella regione. E mentre l’imbucato si ubriacava a vinho verde annuendo meccanicamente ai sapidi ricordi dei grandi inviati di guerra e alle scarne parole distillate dal Generale duestelle, è arrivata la notizia. Tra i giornalisti un fuggi fuggi, chi a chiedere istruzioni al giornale, chi, dopo aver consultato Wikipedia, a discettare in diretta sul ruolo della sfortunata cantante nella storia della pop music. Sbarazzatosi del pensiero dell’Afghanistan, all’Imbucato non restava che lasciare affluire i ricordi  di una Whitney  fidanzata d’Italia, giovane talento dal successo planetario, acqua, sapone e tanta ingenuità in un qualche Sanremo degli anni 80. E il suo successivo riemergere da qualche sinistra decrepita caverna, sfigurata da un decennio di droga, degrado e disperazione. In mezzo, l’apice del successo. Era l’inverno del 1992, e il futuro Imbucato, fresco di laurea neo-promosso ricercatore provvisorio presso i National Archives di Washington, scopriva l’America in solitario con la curiosità insaziabile e incantata dei neofiti. Come unica inevitabile accompagnatrice, dagli shopping mall ai musei dello Smithsonian, dalle piste di pattinaggio all’aperto all’inauguration di Bill Clinton, c’era sempre lei, Whitney, e il suo straziante, prolungato, onnipresente bramito d’amore per il Bodyguard Kevin Kostner: “But I, I, I will always love youuu”. 
Cara Whitney, il tempo stempera tutto, il tuo bramito mi è oggi meno insopportabile, e in ricordo di quel lontano, breve ma indimenticato percorso comune, spero che il mio pensiero affettuoso ti raggiunga là dove tu sei. 


Un lettore ci segnala (nei commenti) la trasmissione della TV francese degli anni 80 in cui una giovane e ignara Whitney viene lanciata nella fossa dei leoni con un priapico Serge Gainsbourg in preda all'alcool, spalleggiato da un presentatore amico delle star (che peraltro ancora imperversa). Eccovene l'integrale

Come andare da New York a Washington con 14 euro

A Washington, 225 miglia, 360 chilometri -una distanza che un treno veloce in Europa copre in due ore,  ci si può andare in molti modi. Il Giornalista predilige la navetta aerea, magari della Delta, che tra le grandi compagnie aeree americane è la meno disastrata e che parte dal Marine terminal di La Guardia, preziosa vestigia art déco a due passi da Manhattan, e arriva a Washington National, l'aeroporto più vicino al centro. Ma la navetta può costare parecchio cara. Altri voli relativamente meno onerosi partono da aeroporti più periferici, e tra l'ora scarsa di volo, i lunghi spostamenti e le attese, sono 4 o 5 ore che se ne vanno, per non parlare del costo dei taxi. Poi c'è la Amtrak, la società ferroviaria, pubblica, minacciata continuamente di scomparsa, tuttora sofferente, e che si abbarbica alle prospettive di sviluppo di un potenziale corridoio ad alta velocità lungo la direttrice orientale Boston/New York/Washington.  Nell'attesa dei necessari finanziamenti, finora solo vagheggiati da Obama, il treno per Washington ci mette attualmente 3 ore e mezza nella versione base, un serpentone metallizzato fuori e deprimente dentro al costo di 150 dollari in media, oppure una mezz'oretta di meno nella versione lusso, che guarda ai corrispettivi ad alta velocità europei in molte cose salvo che nella velocità, e che può costare anche 250 dollari. Stretto tra l'incudine e il martello, pressato dalle ristrettezze di bilancio, l'Imbucato ha finito per trovare La Terza Via, a bordo della quale vi scrive in questo momento. Sì, perché la Terza Via, che si chiama MegaBus, offre al passeggero panciuti bus blu a due piani, sedili reclinabili e spazio per le gambe, prese per ricaricare i preziosi strumenti del blogger professionista e persino il wi-fi gratuito, che ha funzionato per almeno la metà del viaggio. Per non parlare della toilette chimica pulitissima (ma l'alta qualità dei bagni pubblici americani è un argomento sul quale l'Imbucato si sentirà in dovere di ritornare a tempo debito. Contenete l'entusiasmo). ll tutto per un tragitto porta a porta, da Midtown Manhattan alla prestigiosa Union Station, in circa 4 ore e mezza per un prezzo, udite udite di 19 dollari (14 euro). E pazienza se durante il tragitto mi sono dovuto sorbire le incessanti risate da orco scannato di una coppia di ultraobesi latinos  in vena di facezie e poco inclini a preoccuparsi della quiete dei vicini. Il blog è meglio se è on the road e a contatto con il popolo. Altro che terminal art-déco.
Lumaca
Art déco
Per inciso, il viaggio di ritorno lo si è fatto in treno-lumaca. Il Giornalista è apparso poco convinto dei meriti di MegaBus e dei suoi ruspanti passeggeri.  



venerdì 10 febbraio 2012

Il pianista

Stamattina alle 11 c'era il sole e 12 gradi a Washington Square, New York. Il 10 febbraio. 


E c'era uno in mezzo alla piazza. Che suonava. Un pianoforte Yamaha. A coda. In mezzo a Washington Square. Era anche bravo. Ma come ce l'avrà portato il pianoforte a coda in mezzo a Washington Square?

(qui sotto il film originale dell'avvenimento. E un premio in spilline di Newt Gingrich a chi sapesse identificare cosa sta suonando il pianista).






mercoledì 8 febbraio 2012

Polpetta calda su Broadway

Questo è il primo post in diretta di questo blog, in esclusiva per voi da 5 napkins burger, 84ma strada e Broadway, a due passi da casa. Immerso nel cosiddetto deserto gastronomico dell'Upper West Side, un quartiere troppo borghese e troppo poco alla moda per poter ispirare gli chef/faccendieri a cinque stelle davanti ai quali i critici del new York Times si mettono in ginocchio, 5 Napkins è luogo di poche pretese culinarie ma qualche garbata velleità nell'arredamento. E sebbene il menù proponga di tutto, compreso il sushi, l'obiettivo principale è servire i migliori hamburger della città. Non ci interessa tanto sapere se riescano nell'intento. Anche se di sicuro con l'"inside out" al sangue, avvolto nella lattuga a sostituire il panino (tanto, chi ha mai voglia di mangiarselo?) e una salsa della casa a legare il tutto, alla perfezione ci si avvicinano. Un appuntamento a pranzo quasi irrinunciabile in quei giorni in cui ti prende la malinconia, che ti spinge a uscire senza andare tanto lontano e tanto meno a dispensare sorrisi nella Prestigiosa Università, mentre il Giornalista si affaccenda con le celebrità Downtown. Un luogo sicuro a due passi, musica bassa in sottofondo né retro ne modaiola, un barman amichevole al grande bancone di zinco, una polpetta calda da buttar giù con una Brooklyn lager direttamente dalla bottiglia. Casa.

martedì 7 febbraio 2012

La risurrezione del Santorum

Ci duole dover segnalare la vittoria in ben tre Stati (a quanto pare non tutti di secondaria importanza: Colorado, Minnesota e Missouri) del cattolico integralista familista anti-gay Rick Santorum, del quale dalla vittoria risicata in Iowa un mese fa nessuno aveva più avuto occasione di parlare per sopraggiunta irrilevanza. Tale solo in apparenza, tuttavia, poiché la forza congiunta degli strati ultraconservatori, evangelici e/o vicini al Tea Party, forti in quelle contrade, nonché una probabile diffusa diffidenza nei confronti del patrizio Mitt Romney, hanno finito per resuscitarlo. Il fenomeno non è nuovo in queste primarie popolate di personaggi di scarso spessore e con poche idee spesso poco raccomandabili, che si risollevano a rotazione, spinti da un elettorato radicalizzato, arrabbiato e volatile. Tra il giubilo dei commentatori politici i giochi sembrano dunque riaprirsi di nuovo. Romney, che aveva snobbato questa tornata pensando di avere già la vittoria finale in tasca, dovrà faticare più di prima a farsi considerare il Prescelto, e dopo aver affondato Gingrich, qua inesistente, a forza di spot, dovrà orientare il tiro contro la nuova minaccia. Chi sogghigna è Nonnetto Paul, secondo in Minnesota, mentre Obama può continuare a ridere, e non solo dalle pagine del New Yorker.



Ricordarseli tutti e 50 è complicato, riconoscerli sulla carta pure (anche se le iniziali aiutano), conoscerne le capitali, spesso oscure cittadine, impossibile. Questa carta dà comunque un'idea del periodo dell'anno in cui ciascun gruppo di stati è chiamato a votare per selezionare il rappresentante dei repubblicani alle elezioni presidenziali di novembre. Stasera hanno votato CO(lorado), MN (Minnesota) e MI (Missouri). In precedenza avevano votato, nell'ordine: IA (Iowa), NH (New Hampshire), SC (South Carolina), FL (Florida) e NV (Nevada). Le capitali non ve le chiedo. Gli altri seguiranno a ruota, con una concentrazione di 10 Stati (in arancione) che voteranno tra un mese, nel cosiddetto 'Big Tuesday'. La grande convention che incoronerà il Prescelto dal partito si svolgerà in agosto a Tampa, Florida

Arriva il Super Bowl, e Obama incomincia a divertirsi


La copertina del New Yorker di questa settimana in cui si gioca il Super Bowl raffigura Obama che si gode in TV la rissa non tra i Giants di New York e i Patriots di Boston  (vinta dai primi per 21 a 17 supposto che la cosa possa vagamente interessarvi), ma tra i suoi principali avversari-candidati, rivali tra loro.  Mentre Newt e Mitt se le danno, Obama risale nei sondaggi, secondo il Washington Post, e vincerebbe di parecchie lunghezze su Romney se si votasse oggi. E' la prima netta inversione di tendenza, poiché il Presidente era apparso sinora leggermente distaccato o in parità. Tediosissimi analisti politici -ce ne sono eserciti interi, sono iperprofilici e lavorano per ogni genere di testata, dal NY Times a Disney TV-  attribuiscono il fenomeno allo spettacolo fratricida offerto dai Repubblicani, oppure ai  dati sulla disoccupazione di gennaio, che sono la prima volta rincuoranti, oppure a altri fattori, più sottili e spesso incomprensibili. Tanto più che possono essere rivoltati come calzini quando tre giorni più tardi l'ennesimo sondaggio dovesse dare risultati esattamente opposti. L'Imbucato, che visti i Repubblicani all'opera (e di certo anche se non li avesse visti) deve ammettere di essere smaccatamente di parte, si accontenterà per il momento di condividere con voi il sorriso di Obama senza cercare spiegazioni. Nonché lo spot pagato dalla Chrysler in cui Clint Eastwood decanta la grande rinascita dell'industria automobilistica di Detroit. Grazie agli aiuti finanziari garantiti da Obama, hanno pensato in molti, anche se Clint, che non è un fan di Obama ma semmai un 'libertario' alla Ron Paul, smentisce questa interpretazione. Ad ogni modo, lo spot è bello, ha una forza hollywoodiana da grande riscossa e se anche non capiste tutto le parole grattugiate da Clint, godetevi anche solo il suo volto segnato e la sua voce ruvida.


lunedì 6 febbraio 2012

Las Vegas: Romney vince ancora, emerge il Nonnetto Brontolone


Romney ha vinto di nuovo, questa volta in Nevada, e la cosa fa già meno notizia. Ha anche ottenuto la benedizione all'ultimo minuto da parte di Donald Trump, palazzinaro megalomane che a Las Vegas è di casa, con il quale non sembra avere troppe cose in comune. Ma siccome ci si aspettava che Trump avrebbe finito per preferirgli Newt Gingrich, Romney ha incassato ben volentieri. E mentre Gingrich lanciava tronitruanti proclami che continuerà la campagna sino allo sfinimento, già si vocifera che il magnate dei casino' e falco filo-israeliano Adelson, che gli ha fornito la benzina finanziaria necessaria per andare avanti sin qui, incominci ad averne abbastanza di buttare soldi su un perdente e mediti di cambiare cavallo. Con Gingrich ancora rabbioso ma sempre più sgonfio, sale agli onori della cronaca, già annoiata, il "dottor Paul", il Quarto Candidato. Che sarebbe il nonnetto settantaseienne che ha il suo periodico momento di gloria quando appare abbarbicato con aria persa a uno degli scranni dei dibattiti televisivi tra candidati, ai quali ha partecipato fin dall'inizio, per poi scomparire in un apparente oblio nelle settimane successive. Paul, medico buttatosi in politica in tarda età per perseguire un suo originale programma di estremismo libertario coltivato sin dall'infanzia, ci tiene a dare di sé un'immagine di brontolone saggio ma sopra le righe. E poiché è il re degli outsider che mai potrà ottenere la nomination, si può' anche permettere con un certo successo di fare lo spiritoso. All'ultimo dibattito in Florida, mentre i principali candidati si accapigliavano sul programma spaziale ha fatto ridere tutti decretando che sulla luna bisognerebbe mandarci qualche politico, decantando la propria salute di ferro, o sbeffeggiando le enormi disponibilità finanziarie degli altri candidati in rapporto alle sue. Se Paul fa spesso pensare ai vecchietti che brontolano dal loggione del Muppet Show, di certo non va sottovalutato. Innanzitutto, povero non è grazie ai suoi ingenti investimenti, esclusivamente in beni rifugio e principalmente in lingotti. Poi, può' far sfoggio di una coerenza da conservatore vecchio stampo che fa difetto ai suoi principali avversari. Il suo programma, lo stesso da sempre, è per una sussidiarietà spinta all'estremo che punta a eliminare la presenza dello stato federale in molti settori, tagliandone drasticamente le spese e ogni forma di assistenzialismo.  Fautore del ritorno a una qualche forma di Gold Standard, Paul è nemico della prima ora della Federal Reserve, a cui attribuisce la responsabilità della crisi finanziaria (il cui verificarsi aveva previsto in tempi non sospetti). Se il suo liberismo economico è spinto all'eccesso, in politica estera non è lontano da posizioni da sinistra europea nemmeno tanto moderata: taglio draconiano delle spese militari, fine di qualunque impegno militare all'estero, pragmatismo con Cuba e rifiuto di un appoggio esclusivo e unilaterale a Israele. Sui temi sociali, può' permettersi di non essere ostile al matrimonio tra omosessuali, cosa impensabile per qualunque candidato repubblicano con qualche velleità di vittoria finale. Se Paul ha sempre avuto un ruolo marginale nel partito e non può' contare sull'appoggio dell'establishment e dei grandi finanzieri, ha dalla sua una organizzazione capillare di aficionados, per lo più giovani, che gli ha consentito di ottenere quasi il 20% in Nevada (lo stesso exploit gli era riuscito in New Hampshire), a un passo da Gingrich, e di emergere come un vero rompiscatole all'interno del partito. Perché se la nomination realisticamente non rientra tra i suoi obiettivi, Paul punta deciso a fare uscire il suo movimento dalla marginalità, infiltrandosi nel processo decisionale del partito per influenzarne maggiormente le politiche e le scelte dei candidati a livello locale e non.  Insomma, un'operazione non dissimile da quelle di tipo correntizio a cui la politica italiana ci ha abituato e che potrebbe essere coronata da successo se, come sembra, Paul potrà ottenere risultati altrettanto confortanti in almeno alcuni dei 17 Stati che voteranno nelle prossime settimane (10 durante il "Super Tuesday" del 6 marzo). Nel frattempo, aspettiamo con impazienza il nuovo capolavoro di falsa ingenuità che l'arzillo vecchietto saprà proporci durante il dibattito del 22 febbraio in Arizona, quando uscirà di nuovo da un oblio che ormai non è forse più davvero tale.


PS Per dovere di par condicio pubblichiamo la foto di Carol Paul, la quarta delle mogli, sinora mancante al nostro blog. Carol è madre di 5 figli, nonna di diciotto, bisnonna di quattro nipotini e sosia della Signora in Giallo, ci segnala una nostra gentile lettrice (Carol è quella a sinistra). 
Il marito ha reso pubblico omaggio al libro di cucina della famiglia Paul, da lei curato (supponiamo anche per incrementarne le vendite su Amazon:
 http://www.amazon.com/Ron-Paul-Family-Cookbook-2012/dp/B006VDDI8Q)






venerdì 3 febbraio 2012

L'imbucato di ritorno dalla Florida. Mitt Romney ce l'ha fatta! Gli è costato appena 15 milioni di dollari


L'imbucato, qui nella posa più compresa che  sia riuscito ad esibire dopo avere studiato con attenzione i volti tirati delle centinaia di giornalisti presenti  nella sala stampa della fiera  campionaria di Tampa Florida allestita per l'occasione. Il cartellino che reca appeso al collo non è quello del prezzo, ma un regolamentare badge "stampa" gentilmente offertogli da un'attempata addetta agli ingressi in vena di atti generosi. Dà accesso a un hangar di 20.000 metri quadri, guarnito con gusto minimalista con qualche tavolone da October Fest (vedi sotto), da uno schermo gigante sintonizzato su Fox News e dall'immancabile bus tirato a lucido. Alcuni veri giornalisti, spinti dal fiuto professionale, si sono inizialmente assiepati all'ingresso della sala vip, cercando di farsi riconoscere da qualche lontano membro dell'immenso clan Romney e farsi accompagnare all'interno. I più sono tornati con la coda tra le gambe a guardare lo stentato discorso del vincitore sugli schermi della Fox. L'imbucato si è preso come unica briga quella di posare per il blog per tutta  la serata



L'imbucato ha  assistito ieri alla vittoria probabilmente decisiva di Mitt Romney  nella sfida alla nomination repubblicana. Il temuto outsider Newt Gingrich, ex-speaker della Camera dei rappresentanti assurto a paladino delle posizioni più radicali e estremiste  del partito e vincitore a sorpresa una settimana fa in South Carolina, è stato ridotto a più miti propositi da Romney, il quale si è imposto con più del 46% dei voti. Un gioco da ragazzi poiché  Mitt, oltre all'energetico entusiasmo, ha investito nell'impresa quasi  15 milioni di dollari messigli a disposizione dai potenti sostenitori del partito, i quali ormai concordano nel considerare una sua vittoria alle primarie un male minore rispetto a quella di Newt. Meglio un candidato incolore, opportunista e probabilmente troppo moderato, ma attualmente considerato in parità in un possibile scontro con Obama, di una mina vagante come Gingrich, vanesio, egocentrico e sicuro sconfitto contro Obama. Dopo la bruciante sconfitta in South Carolina, Mitt ha messo da parte  il paternalista buonismo al quale aveva inizialmente improntato la sua campagna da sicuro vincitore, si è lanciato in attacchi velenosi contro il suo principale avversario e acconsentito che il 90% dei fondi colossali investiti in Florida si riversassero in annunci televisivi  mirati a mettere in cattiva luce Gingrich, in un crescendo di accuse  e colpi bassi ai quali l'ex-speaker non ha certo mancato di rispondere da par suo, ma con mezzi inevitabilmente  più limitati. L'intero stato maggiore del partito, sospettoso di Romney fin dall'inizio, ha finito per convincersi  ad appoggiarlo apertamente. Fra gli altri John McCain, sfidante sconfitto da Obama 4 anni fa, che ha partecipato a svariati comizi di Romney (tra cui uno in una fabbrica di vernici di Naples in presenza dell'Imbucato), sfoderando doti da istrione del palcoscenico: "Dopo che ho perso le elezioni del 2008 ho dormito come un bambino". Pausa. "Mi addormentavo per un'ora poi piangevo, dormivo un'ora e piangevo". Risate e applausi della folla, di certo più convinti di quelli di norma indirizzati al frigido Mitt. 
 Lo scarto tra i mezzi a disposizione delle due campagne si è visto, con Newt staccato di più di 15 punti, e chance di vittoria finale ridotte al lumicino. Chi ne ha sofferto è la campagna, che chi se ne intende considera come la più velenosa della storia, e probabilmente la stessa immagine del partito repubblicano, i cui caporioni si apostrofano amichevolmente con epiteti quali lobbista senza scrupoli, procacciatore di favori, caduto in disgrazia. Di spot televisivi così', graficamente impeccabili e per lo più autenticati alla fine dal candidato avversario, a testimonianza di un residuo e anacronistico rispetto delle regole imposto per legge ("I'm Mitt Romney and I approve this message"), i malcapitati cittadini della Florida se ne sono dovuti sorbire a raffica all'ora di cena. E di sicuro tirano un sospiro di sollievo che sia per il momento finita; la maggior parte di loro potrà tornare indisturbato alla quotidiana occupazione di tirare la cinghia. Il circo si sposta ora in Nevada, ove il Giornalista si sta recando in queste ore a bordo dell'aereo del candidato. Quanto a voi, se volete deliziarvi eccovi alcuni esempi degli spot più sanguinolenti:
http://www.youtube.com/watch?v=63n6N11mrO4
http://www.youtube.com/watch?v=CFBPW6-AKR0&feature=endscreen&NR=1

giovedì 2 febbraio 2012

Il dibattito di Jacksonville, Florida: il pugile suonato e le first lay

Contrariamente al Giornalista, accreditato presso la University of North Florida di Jacksonville  in cui si svolgeva, l'Imbucato il dibattito se l'è goduto sulla CNN in un Hilton a pochi chilometri dal li. Con la sostanziale differenza che all'Hilton si può' facilmente accedere a un succulento Cajun Chicken (la foto non è disponibile, la fame era tanta) sollevando la cornetta e contattando il room service, mentre i giornalisti si devono ingozzare di salatini e panini secchi offerti dall'organizzazione. Per il resto cambia poco: anche i giornalisti il dibattito lo guardano in TV, dalla cosiddetta 'spin room', tra commenti e sghignazzi, nella speranza che li raggiungano alla fine i candidati o i loro spin doctor (cosa che ahimé non sempre accade). 


Che Newt Gingrich fosse condannato a sicura sconfitta in Florida malgrado i sondaggi gli attribuissero un sostanzioso vantaggio alla vigilia lo si è capito dal catastrofico andamento del dibattito del 26 gennaio.  Gingrich, che aveva morso come un cane rabbioso nei precedenti dibattiti tanto da essere frettolosamente incoronato re dei medesimi e grande oratore, è apparso stasera come un pugile suonato. Che si guardava le scarpe mentre il timido Romney, ringalluzzito dal terrore di perdere e opportunamente ammaestrato da orde di strateghi strapagati, gli rovesciava addosso accuse sul suo ruolo di lobbista per conto di opache società immobiliari di stato che hanno contribuito a rovinare milioni di americani indebitati, metteva in dubbio il suo decantato ruolo come consigliere di Reagan, gli ricordava di essere stato licenziato ignominiosamente come speaker della Camera. Non bastasse, nei pasticci Gingrich ci si è messo da solo, incapace di argomentare con efficacia su temi da lui stesso sollevati in occasioni precedenti, dall'immensa fortuna di Romney, compreso l'impresentabile conto in Svizzera, alla politica sull'immigrazione, sulla quale Romney mostra i muscoli rischiando di dispiacere alle masse ispaniche che costituiscono buona parte dell'elettorato in Florida. Per non parlare delle farneticazioni di Gingrich sulla proposta di colonizzare la luna, escogitata per piaggeria nei confronti del personale minacciato della Nasa -che ha sede in Florida- ma facilmente ridicolizzata dai suoi avversari. Ma la risposta che ha davvero dato la misura dell'inadeguatezza di Gingrich è venuta verso la fine, quando il moderatore della CNN, fattosi coraggio, ha porto la seguente, cruciale domanda ai quattro candidati: "Perché pensate che vostra moglie sarebbe una first lady migliore delle altre?". Gingrich, terzo interpellato, ha inizialmente provocato un brivido sostenendo che tutte e tre sarebbero eccellenti. Si è poi capito che non si riferiva alle sue, di tre mogli o ex-tali, ognuna rimpiazzata dalla successiva dopo anni di relazioni extraconiugali in  circostanze assai poco rispettose della loro e della sua dignità, ma bensì a quelle dei suoi avversari, in un gesto che voleva essere cortese. Ha poi biascicato qualche pasticciata lode all'attuale consorte Callista, l'amica dell'elefante (vedi blog del 20 gennaio) della quale, non potendo citare in pubblico le vere qualità, ha brevemente decantato una presunta propensione artistica.
Callista
Ann
Di che nascondersi, al paragone con quanto Romney aveva detto poco prima e Santorum si preparava a dire. Ann Romney, ha detto il marito mentre gli occhi di lei, stretta in un primissimo piano, si colmavano di lacrime, non solo è la regina della casa e la madre dei cinque manzi (di cui al blog del 19 gennaio), ma è provvista di un tumore e pure di sclerosi multipla. Che ha ovviamente sconfitto, con la forza del suo indomabile coraggio (e certo delle cure esclusive che i due si possono ampiamente permettere). E Santorum, antiabortista cattolico integralista che sulla famiglia è imbattibile, ha fatto persino di meglio, definendo sua moglie con voce rotta un'eroina che ha messo a mondo otto figli (uno dei quali, la storia è nota, sarebbe un feto affetto da una grave malattia espulso per un aborto spontaneo a cinque mesi di gestazione, che fu portato a casa dai genitori e vegliato per tutta la notte con la partecipazione degli altri figli), Impossibilitata a partecipare al dibattito, l'Eroina era attualmente occupata a accudire la figlia Isabella, gravemente disabile. Spenta la TV, è apparso chiaro che Gingrich, il vecchio satiro aspirante idolo delle masse evangeliche e fustigatore della morale altrui (Bill Clinton, del quale aveva capitanato l'impeachment), è stato colpevolmente incapace in decenni di carriera politica di produrre uno straccio di storia personale commovente o non foss'altro esemplare, e che non andrà molto lontano in queste Presidenziali. 

La  famigliola di Santorum