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| Photo credit: Anassagora, Masua, Sardegna |
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venerdì 15 giugno 2012
mercoledì 13 giugno 2012
Street art o vandalismo: Keith Haring e gli altri
Un caro lettore, a cui a suo tempo piovve addosso l'incarico di liberare le strade di Cagliari dalle scritte e i disegni che le imbrattavano, si pronuncia a favore di una distinzione tra vera espressione artistica di strada e mediocre vandalismo. Come esempio della prima categoria ci invia la foto di una delle "balene-u boot" che è facile ritrovare su molti muri della città. Opere di un ormai affermato graffitaro, le balene sono graziose, e ormai accettate cittadine onorarie, tanto più che grazie a una sorta di codice deontologico dell'autore appaiono essenzialmente in luoghi defilati bisognosi di essere abbelliti. Il nostro lettore va oltre, e sogna la creazione di un laboratorio artistico urbano attarverso il quale le autorità municipali possano riservare degli spazi alla libera espressione degli artisti di strada. Diverso trattamento, supponiamo, riserverebbe alle tags che deturpano gli spazi pubblici, spesso nelle zone di maggior pregio storico. La distinzione tra le due categorie è tuttavia a volte sottile, e l'esempio di New York, che alla street art moderna ha dato i natali, può forse orientarci.
A passeggio con Ivo e Julien, gli amici belgolandesi che ci hanno fatto visita di recente, per i Luoghi Sacri nel West Village che hanno visto affermarsi la lotta per l'emancipazione del movimento omosessuale abbiamo scoperto il testamento segreto di Keith Haring. Si tratta di un grande affresco, sconosciuto ai più e recentemente riscoperto grazie alla mostra del Brooklyn Museum, che Haring dipinse sulle pareti dei bagni -oggi trasformati in sala riunioni- del Gay Community Center del West Village. Gli abituali omini di Haring qua si intrecciano, si baciano, si penetrano, cavalcano enormi organi sessuali stilizzati in un'apoteosi erotica che sembra un inno a quel vitalismo sfrenato, anche e forse soprattutto sessuale, da cui Haring si fece catturare a New York, da cui trasse la sua ispirazione e che continuò a celebrare sino alla fine. La data in basso, poco sopra le piastrelle bianche, indica che Keith Haring terminò la sua opera nel maggio del 1989. Morì di AIDS nove mesi dopo, il 16 febbraio 1990 a 32 anni. martedì 12 giugno 2012
Come curare il mal di gola in America
Il mal di gola mi attanaglia da qualche giorno, e siccome è un problema nel mio caso ricorrente so già che per quel tipo di infiammazione ci vuole un antibiotico e quindi un medico che lo prescriva. "A questo servono i medici: a fare le ricette", avrebbe sentenziato mia madre farmacista. In casi simili a Bruxelles il mio medico curante, che sembra appena sgusciato fuori da un fumetto di Tin Tin, mi avrebbe sommariamente visitato per la cifra di 35 euro. Avrei poi acquistato l'antibiotico alla piccola farmacia dell'angolo, accogliente e un po' spoglia, al prezzo di forse 20 euro, dove un farmacista annoiato l'avrebbe estratto da un cassetto e annotato diligentemente sulla scatola le dosi prescritte dal medico. Avrebbe corredato il tutto con qualche consiglio spiccio per dimostrare che non era un semplice commesso, e io riconoscente avrei aggiunto alla spesa un qualche inutile shampoo anticaduta, quello sì carissimo ma garantito dalla ricerca farmaceutica. Un sorriso e buonasera, dieci minuti e una spesa quasi modica, che in Italia sarebbe pari a zero.

Per dire addio al mal di gola anche a New York, ho dovuto risolvermi ad andare dal nostro medico di fiducia, una brasiliana trapiantata in America. Dopo una breve sosta in una sala d'attesa invasa da un getto d'aria condizionata gelida, sicura condanna per i pazienti anziani e di salute più cagionevole, sono stato ammesso dal medico di fiducia, che ha impiegato un minuto del suo tempo per dare uno sguardo alla mia gola, e venti per prodursi in molte affabili discussioni in molteplici lingue sulla Sardegna, il Brasile, e la superiorità della civiltà latina. Infine, ha stampato l'agognata ricetta e mi ha accompagnato alla cassa, dove mi sono stati chiesti 200 dollari (160 euro) per la cosiddetta visita.Prossima tappa: acquistare l'antibiotico. Le rassicuranti farmacie indipendenti all'europea a New York sono pressoché estinte, fagocitate da un duopolio intento ad estendere sul territorio la propria rete di grandi supermercati di quartiere a basso costo e aspetto desolato che dispongono di un angolo per la vendita di farmaci su ricetta. Il motto di Duane Reade, una catena nata downtown e che delle due mi sembra la più radicata, spiega tutto: "Tutte le medicine di cui hai bisogno, dall'aspirina alla zuppa di pollo". Con una netta prevalenza della seconda: per raggiungere i farmacisti, protetti da un bancone di formica e vetro sbeccato nell'angolo più angusto e fiocamente illuminato del supermercato, devi attraversare reparti interi di patatine e beveroni gassati da tre litri, zuppe preconfezionate, assorbenti in offerta. E l'aria depressa e vagamente aggressiva dei farmacisti nonché la loro provenienza invariabilmente latina o afro-americana la dicono lunga sul prestigio di cui gode la professione nel paese. Come operai alla catena di montaggio, alcuni prendono nota delle prescrizioni mediche, altri si aggirano nel retrobottega come formichine per prepararle e infilarle in appositi sacchetti di carta. I clienti, per lo più male in arnese nonostante la predominanza alto-borghese del quartiere, sono apaticamente rassegnati a fare la fila più volte, e aspettano minimo un'ora per la consegna, anche in caso di prodotti preconfezionati. In compenso, il prezzo è alto: nel mio caso 50 dollari per 6 capsule di un banale antibiotico. In America un mal di gola costa 250 dollari e parecchia pazienza; per le altre patologie in fatto di costi temiamo il peggio, ma speriamo vivamente di non doverne parlare in un altro post.
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| Italian Pharmacy |
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| New York Pharmacy |
giovedì 7 giugno 2012
Il mio ufficio all'Università: Pauline e il Deserto dei tartari
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| Il severo edificio neogotico |
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| L'autobus M5 |
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| L'insalata di Saranno Famosi" |
Presso la Prestigiosa Università dell'Upper West Side mi è stato assegnato un ufficio -che divido all'occorrenza con vari ricercatori e assistenti ai quali mi accomuna la precarietà contrattuale- in un severo edificio neogotico a nord del campus principale, a poca distanza dal Riverside Park. L'autobus M5, che costeggia il parco in tutta la sua lunghezza e ha una fermata a dieci metri da casa mia, è la mia navetta per l'ufficio: sempre vuoto e probabilmente sconosciuto ai più, pratico, rapidissimo e dal percorso incantevole lungo il fiume, è da preferire alla metropolitana, anche se ha l'inconveniente di passare quando gli capita. Stamattina il sole splendeva e l'attesa è stata breve. In ufficio ho sbrigato qualche rapida incombenza logistica con l'aiuto della nostra segretaria Pauline, una giovane afroamericana gioiosamente sovrappeso cui non fanno difetto efficienza e disponibilità a patto di non opporre resistenza alle sue stravaganti teorie di difesa della razza (nera, si deve supporre), secondo le quali l'etnia o la nazionalità di appartenenza di qualunque suo interlocutore è invariabilmente spregevole. Ad ogni mio apparire fa mostra di disprezzare gli italiani o, se particolarmente ispirata, gli europei tout court. Si deve, mi ripeto mentre le sorrido fintamente divertito, intendere il contrario di quel che dice. E quindi supporre che mi ami visceralmente. Per rassicurarmi mi dico anche che non deve essere facile per un'assistente amministrativa mantenere un normale equilibrio psicofisico in questo ambiente universitario nervosamente popolato per parte dell'anno da capricciosi accademici sovraccarichi di prestigio, che poi scompaiono durante la pausa estiva, stiracchiata da maggio a agosto compresi, lasciandosi alle spalle un Deserto dei Tartari di corridoi deserti, porte sbarrate, bacheche vuote, aria condizionata glaciale pompata inutilmente. In attesa del prossimo semestre in settembre. "Fanno ricerca da casa", mi dice Pauline che rimasta sola ad ammirare il Deserto mostra così il suo vero volto: una grande, disarmante bontà d'animo. La saluto: al Deserto dei Tartari oggi preferisco una bella insalata da portar via acquistata alla mensa della Manhattan School of Music di fronte, che fa tanto Saranno Famosi. Me la mangio nel Riverside Park, con vista sull'Hudson e sul Mausoleo di Ulysses Grant.
Ulysses Grant e il mio parco preferito
| Illustri sconosciuti e appartamenti di pregio lungo il Riverside Park |
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| Il Memoriale a Ulysses Grant |
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| L'amabile fanciullo |
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| Il generale Grant |
Il Riverside Park è uno dei più belli e meno noti tra i parchi storici di New York pressoché coevi di Central Park. Si estende per più di 4 miglia lungo l'estremità nord-occidentale di Manhattan, dal Lincoln Center fino a Harlem, e offre alla consueta clientela di joggers, balie con bambini e passeggiatori canini uno scenografico terrapieno a picco sull'Hudson, punteggiato in tutta la sua lunghezza di monumenti a glorie nazionali e estere. Tra queste, spiccano Eleanor Roosevelt, Giovanna d'Arco e il patriota ungherese Kossuth; a pochi passi da casa, sull'87ma, una grande spianata con edicola in marmo e cannoni d'ordinanza rendono omaggio al milite (e marinaio) ignoto. Vicino all'ufficio, sulla 121ma, la colossale Riverside Church, costruita negli anni trenta a immagine della cattedrale di Chartres, è una delle principali attrattive turistiche; mi dicono vi si pratichi un culto cristiano interconfessionale la cui anima predominante è nera e l'impronta fortemente progressista. Quassù siamo alle porte di Harlem, e la zona è solcata a intervalli regolari dai pullman scoperti a due piani che ne propongono la scoperta a turisti che hanno ormai poche ragioni per ritenersi impavidi: gli appartamenti che si affacciano sul fiume in questa zona, ancora trent'anni fa poco raccomandabile, sono tra i più cari di New York, e anche la parte occidentale di Harlem, poco più a nord, si è ormai in gran parte imborghesita. La principale attrattiva turistica rimane comunque il mausoleo in marmo bianco dedicato al culto laico di un Padre della Patria, il generale unionista e diciottesimo Presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant. All'interno, sotto la cupola bianca, il sarcofago dell'ex-presidente; poco lontano, un museo in miniatura, nascosto sotto un grazioso porticato in marmo che guarda l'Hudson, ne ripercorre la vita. A scorrerla rapidamente mi sembra di capire che Grant si fosse fatto soldato in mancanza di meglio e, congedato una prima volta senza gloria, si fosse attaccato alla bottiglia prima di riuscire a farsi richiamare allo scoppio della Guerra Civile. Asceso rapidamente al comando supremo dell'esercito grazie a vittorie coraggiose ma talora non scevre da critiche per il numero di vittime riportate, seppe offrire alla parte avversa una pace generosa. Venne eletto Presidente a furor di popolo qualche anno dopo, incarnando le speranze di coloro che gli attribuivano la capacità di pacificare un paese ancora profondamente diviso. Rispose alle attese promuovendo gli interessi industriali del paese, e estendendo il suffragio agli afroamericani. Sostenne la corsa verso l'ovest a spese delle tribù indiane, chiuse in riserve con lo scopo pubblicamente avallato da Grant di fare degli indigeni dei cittadini americani a tutti gli effetti. Morì ancora in stato di grazia con la Nazione, e il mausoleo non si fece attendere: fu completato nel 1897 a 12 anni dalla sua morte. Fu costruito a pochi metri dalla tomba dell''"amabile fanciullo", morto nel 1797 ad appena cinque anni e di cui ancora oggi si può ammirare l'urna dedicatagli dagli inconsolabili genitori. Come sottolinea puntuale un pannello, quell'umile tributo a un bambino che non divenne mai adulto rappresenta uno strano contrasto con il grandioso omaggio ai successi di uno dei Padri della Nazione.
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| La colossale Riverside Church |
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| L'Hudson dal museo in miniatura |
martedì 29 maggio 2012
Un salto in spiaggia in ricordo dei caduti
Memorial Day, dedicato al ricordo dei caduti, cade l'ultimo lunedì di maggio e chiude uno di quei -rari- week-end lunghi durante i quali agli americani è consentito un fuggevole sollievo dallo stacanovismo cui è improntato il loro sistema sociale. A New York le strade si svuotano un po', la metro rallenta a ritmi domenicali, c'è chi si concede un picnic nel parco e il primo salto in spiaggia. Anche perché con quell'ansia di catalogazione che è pure tipica della cultura americana, Memorial Day è tradizionalmente considerato l'inizio dell'estate. Chissà perché, con tanto anticipo sul calendario. Ma l'estate non ha voluto tradire le attese. 35 gradi all'ombra: un caldo di intensità agostana ma di natura sub-tropicale, umido, soffocante, con frequenti temporali. Chi non può permettersi di andare troppo lontano si è riversato a Coney island, la spiaggia situata nell'estrema punta sud di Brooklyn, da quasi due secoli preferita dei newyorchesi, sebbene con alterne fortune: da stazione balneare chic dell'alta borghesia newyorchese nell'800 e i primi del secolo, a destinazione di gite domenicali popolari a base di giostre colossali, hamburger e zucchero filato, alla decadenza post-bellica che ne ha fatto progressivamente terra di scontro di gang, all'ombra delle case popolari spuntate come funghi e di un luna park abbandonato e ischeletrito. Il New York Post, tabloid popolare (e populista) per eccellenza, ne celebra la possibile rinascita, con folle oceaniche che l'hanno preso d'assalto ieri, e soprattutto nuovi investimenti da parte di una ditta italiana che promette di rilanciare il luna park e il lungomare.
lunedì 28 maggio 2012
Quel nido d'amore a Bruxelles
Per potermi permettere le mie attuali multiformi ma poco redditizie attività di Imbucato in America e rientrare con le spese, prima di partire ho deciso di affittare per un anno il mio appartamento a Bruxelles. La ricerca di inquilini è stata rapida: Dolores e Alberto -la coppia spagnola di mezza età che l'ha visto per prima- se ne sono subito innamorati e senza troppo discutere il prezzo hanno voluto affittarlo già da settembre, con qualche mese di anticipo rispetto alla mia partenza. Trovata generosa accoglienza presso un amico caro, ho rapidamente traslocato e ho consegnato loro le chiavi. A poco più di 50 anni, Alberto è un baby-pensionato dell'esercito che di comune accordo con la moglie ha deciso di lasciarsi alle spalle per un anno la loro città di origine per accompagnare la figlia adolescente a Bruxelles e consentirle di frequentare un liceo belga e imparare il francese. Nel tempo libero, hanno in mente di scoprire il Belgio e dintorni, e sembrano ansiosi di iniziare la nuova esperienza. I nostri contatti a distanza in questi mesi sono sporadici ma quasi affettuosi e quando vado a trovarli qualche giorno fa per discutere della loro ormai imminente partenza mi accolgono come un amico. Vogliono sapere di me, mi mostrano le migliorie apportate all'appartamento, mi raccontano orgogliosi dell'ottima riuscita scolastica della figlia, tra le prime della classe e ormai quasi bilingue. Anche Dolores sembra radiosa e sfoggia un francese dignitoso che deve avere imparato in questi mesi. Ascoltandoli ritrovo la carica vitale, l'ottimismo e l'apertura verso il nuovo che in loro avevo apprezzato sin da subito, e in questa loro serenità cerco inconsapevolmente di ritagliare un posticino anche per me. Con uno dei miei migliori sorrisi empatici dico che sono felice che tutto sia andato per il meglio nel mio appartamento e che spero che si godranno i mesi rimasti per fare un po' di turismo, senza più i legami della scuola. Dolores guarda in basso mentre suo marito si fa serio. Mi spiega per accenni che in realtà per loro quest'anno non è stato dei migliori, che hanno molto discusso, molto litigato e che -insomma- hanno deciso di divorziare. La mia innata propensione alla ricerca dell'ottimismo subisce un duro colpo, e poco mi consola sapere che -a quanto pare- sono stato il primo ad apprendere la notizia. Ora sembrano davvero tristi di avermela data. Lo sgretolarsi subitaneo del sorriso empatico li ha forse preoccupati. Mi alzo, ci baciamo, mi dicono che vorrebbero andarsene al più presto, dico che farò il possibile. Auguro loro buona fortuna. Mi avvio per rue Champ du roi, sempre così deserta, sotto un cielo plumbeo d'ordinanza.
| Champ du roi, quando vi regnava la felicità |
PS Il nido d'amore di rue Champ du roi è libero dal mese di luglio, per coloro che fossero interessati.
venerdì 25 maggio 2012
USA e Belgio/2: Come ti faccio sposare i gay
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| Barack |
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| Elio |

Se l'innegabile valore storico della dichiarazione di Obama ha indotto Newsweek a incoronarlo 'primo Presidente gay', sul piano tecnico questo non è propriamente esatto. L'unico paese con l'Islanda in cui il titolare del potere esecutivo è apertamente gay è proprio il Belgio. Elio Di Rupo, il Primo Ministro, appartiene al filone fattosi raro di socialista non riformato e non troppo affarista, che dopo l'avvento di Hollande potrebbe tornare di moda in Europa. Di Rupo, che come figlio di immigrati italiani e esponente politico francofono sembra collezionare l'appartenenza a tutte le minoranze possibili nel suo paese, non ha mai nascosto la sua omosessualità e l'ha anzi affermata con orgoglio e rabbia quando, accusato a torto per una storia di pedofilia, gli venne rinfacciata. E comunque non sembra poter nuocere alla sua carriera in un paese come il Belgio, dove i gay sono tutelati legalmente e dove leggi in vigore da diversi anni e approvate senza soverchie divisioni o polemiche consentono alle coppie gay il matrimonio e l'adozione. Di omosessualità si parla sui giornali e in TV, le star televisive fanno coming out e "Télé Moustique", un "Sorrisi e canzoni" appena più intellettuale, la settimana scorsa si chiedeva retoricamente: "Il Belgio paradiso per i gay?". Già, forse il Belgio è un piccolissimo paradiso piovoso, e nei 14 anni in cui ci ho vissuto non me ne sono mai accorto.
giovedì 24 maggio 2012
Usa e Belgio/1: La potenza del Belgio e la Taverna di Bruxelles
Non stenterete a crederlo: per la maggior parte degli americani il Belgio non esiste, o è tutt'al più considerato una sorta di oscura propaggine della Francia. Tuttavia, con la discrezione che gli è propria, il Paese Piatto è riuscito ad insinuarsi nella vita quotidiana dei newyorchesi, o se non altro nella loro cucina, al punto da diventare quasi di moda. Stella Artois è pubblicizzata a tappeto nella metropolitana come una sorta di champagne belga da assaporare in un calice, e la birra prodotta 'Belgian way' è sinonimo di qualità e punto di arrivo per tanti piccoli (e talora ottimi) produttori brassicoli americani. Il 'Pain quotidien', una catena di ristoranti rustico-chic nata a Bruxelles, è talmente in sintonia con la locale ossessione per i prodotti organici e naturali che ha letteralmente invaso la città: se ne segnalano 26 a Manhattan, anche in pieno Central Park. I ristoranti tradizionali belgi non sono pochi (la migliore carbonnade si mangia a 300 metri da casa nostra) e una flotta di camioncini battenti bandiera rosso-nero-giallo fornisce gaufres e speculoos a mezza città. Una performance inaudita per un minuscolo paese vittima imminente di una disgregazione eternamente annunciata. Oppure no?Passeggiando per Bruxelles qualche giorno fa dopo mesi di assenza ho riscoperto la ritrovata vitalità di un centro storico di cui fino a un decennio fa deploravamo l'abbandono. La Taverne Greenwich, aperta nel 1814, un tempo frequentata da Magritte e decaduta fino a diventare polveroso rifugio di un manipolo di giocatori di scacchi amanti delle vecchie rovine, fa ora bella mostra di sé dopo uno spettacolare restauro che l'ha restituita agli antichi, dorati splendori. All'interno, aspetto venti minuti che almeno uno dei camerieri scompostamente indaffarati mi degni di uno sguardo, poi si presentano in tre, sorridenti, in rapida successione. Finiscono per servirmi due birre contemporaneamente, di marca diversa ma in perfetta sincronia, sotto gli occhi di un caposala dall'aspetto impettito e professionale che dovrebbe sovrintendere a questo artistico caos. "Poco male, una se la beve il barista", fa il caposala, e gira sui tacchi per accogliere il prossimo cliente. Il resto del pranzo arriva subito dopo, ed è buonissimo.

Il Belgio è caratterizzato da una sostanziale efficienza avvolta in un involucro di ironico pressappochismo e indolenza. Degli Stati Uniti si potrebbe dire il contrario: la massa di regole e la standardizzazione che ne sovrintendono il funzionamento quotidiano riposano sullo spreco delle risorse, e producono un'inefficienza che solo le dimensioni e il prodigioso peso internazionale del paese riescono a far passare in secondo piano. Per ragioni opposte, in mezzo alla crisi i due paesi se la cavano meglio di altri. Il Belgio ha un debito pubblico enorme, un settore pubblico ipertrofico, una marea di giorni di vacanza e di 'ponti' di varia natura, i negozi non aprono la domenica e chiudono ogni santo giorno alle sei del pomeriggio, ha un settore bancario seriamente colpito dalla crisi e ristrutturato a caro prezzo, il comparto manifatturiero è in declino e quello dei servizi in gran parte svenduto a gruppi esteri. Tutti mali comuni ad altri paesi europei, se non più acuti. Eppure, i dati dicono che il Belgio evita la recessione, ed ha segnato tassi di crescita positivi persino durante una crisi di governo record lunga un anno e mezzo. Sarà grazie al fatto che il paese è piccolo, solido malgrado tutto, centrale e finanziariamente a basso rischio perché considerato indissolubilmente legato alla Germania. Ma sarà anche, e magari soprattutto, grazie alla natura aperta e flessibile dei suoi abitanti e del suo peraltro esecrato sistema politico, alla bassa tensione sociale e un'attitudine al compromesso ineguagliabili altrove. Vista dal Belgio sornione e paffuto, sotto i soffici batuffoli di nuvole grigie che avvolgono il paese in permanenza e che sembrano isolarlo dalla periferia dell'Europa dove la crisi morde davvero, l'integrazione europea sembra quasi un progetto possibile. Se solo il resto dell'Europa fosse saggio come il vecchio Belgio...
mercoledì 23 maggio 2012
Con i piedi per terra. Pensierini sul jet lag e come combatterlo
Prima di stabilirmici a novembre 2011 i soggiorni a New York erano regolari ma brevi - di una settimana o poco più- e breve il tempo per assorbire il cambiamento di fuso orario, che si dice richieda un giorno per ogni ora di differenza (sei, nel caso di New York). Per ingannare la natura e giustificare a me stesso un ritmo che si faceva sempre meno sopportabile, decantavo la mia sedicente impermeabilità al jet lag, mentre cercavo di compensare la carenza di sonno con qualche pilloletta per dormire e molta iperattività. Dei ritorni a lavoro, direttamente dall'aeroporto in mattinata per risparmiare sui giorni di ferie dopo una breve notte insonne in classe economica, serbo un ricordo angosciante. Ancora mi risuonano in testa le voci di colleghi che la stanchezza deformava, le cui semplici domande mi martellavano il cervello come incomprensibili paradigmi. Da novembre tutto è cambiato, non ho più colleghi da deformare, svolgo duttili attività da Imbucato e posso permettermi di non combattere il jet lag. Lo assecondo, piuttosto, lasciandomi vincere dal sonno quando questo chiama, sprofondando subitaneamente nell'incoscienza e riemergendone all'alba, riducendo l'attività fino ad avere una volta per tutte la meglio sulla stanchezza. Questo per giustificare il fatto che da tre giorni giaccio acciambellato sul divano. Sfoglio i numeri arretrati di Time e del New York Magazine che si sono accumulati, apprendo con viva soddisfazione le cattive notizie sulla quotazione in Borsa di Facebook (vedi accanto), architetto i post a venire. Accanto a me, il Giornalista dedica le sue attenzioni a una moglie di uno dei figli Kennedy che si è tolta la vita rinfocolando le voci di una presunta maledizione dinastica. E mentre gli occhi si socchiudono, penso che a volte non è poi così male essere a casa con i piedi per terra.
Negli Stati Uniti non mancano i prodotti per incoraggiare il sonno quando necessario e cercare di ristabilire rapidamente il ritmo naturale. Le pasticchette celesti dal grazioso nome "Simply sleep" sono un prodotto da banco nelle farmacie/supermercato americane e, a giudicare dal loro subitaneo e drastico effetto, in Europa sarebbero vendute solo su ricetta di un primario anestesista. Ma è la rivoluzionaria acqua soporifera a suscitare l'entusiasmo dell'Imbucato. Inodore, incolore e insapore, è in vendita nelle edicole/bazar del JFK e può essere aggiunta al the di vostra suocera oppure consumata dopo il pasto del volo di ritorno verso l'Europa. Pratica ed efficace con un tocco di magia: provate l'acqua soporifera per i vostri jet lag!
martedì 22 maggio 2012
Vicinissimo al Paradiso. Pensierini sui miei voli transatlantici
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| La mia prima volta: Ottobre 1992, 747 TWA Fiumicino -JFK con scalo tecnico a Milano (per riparare l'impianto elettrico: la compagnia era già in cattive acque) |

| Una notte con Alessandro Gassman su Alitalia |
Sempre, comunque, ho assaporato con voluttà quelle 8 ore sospeso nel vuoto in cabina pressurizzata, lanciato verso l'America; un regalo di 6 ore di vita in più durante le quali leggere, sognare, pensare, dormire, guardare i film che mi ero perso, fare il punto.
Quando poi va come l'ultima volta, davvero uno si sente in pace col mondo. Alla signorina del gate KLM che mi comunicava che il mio posto era stato cambiato, ho risposto piccato che non intendevo rinunciare all'uscita di sicurezza, obiettivo agognato e spesso irraggiungibile di chi viaggia in economica. Quella mi ha guardato con compassione, e ha sibilato: "Business class, upper deck". L'Upper deck è la punta del nasone del Boeing 747, il Jumbo Jet inventato negli anni '60 e tuttora imperatore dei cieli, è vicinissimo al Paradiso, è l'epicentro della leggenda aeronautica che nessun Airbus gigante riuscirà mai a eguagliare, è il luogo in cui una olandese premurosa in uniforme azzurro fosforescente che sembra uscita da un film di Antonioni ti chiama per nome, ti irrora di champagne, ti serve piatti elaborati da un celebre chef, ti sorride complice e materna. E quando vetusto e leggiadro il leggendario bestione si posa come una piuma sulla pista del JFK vorresti continuare a volare lì dentro per sempre, e non scendere mai.
Nella punta del nasone
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Vetusto e leggiadro
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